DOPO 30 ANNI DI ATTIVITA’

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 350

Dopo 30 anni di attività, la trattoria Cooperativa La Ragnatela di Mira-no (VE) chiude i battenti. Un pezzo di storia se ne va. Cominciata nel 1984 quando un gruppo di giovani compagni, provenienti da varie situazioni lavo-rative, decidono di fondare questa società. Fu scelta come forma societaria la cooperativa e fu chiamata “Ragnatela” per solidarietà con l’omonima associa-zione di donne che si battevano a Comiso contro l’installazione dei missili Cruise. Diventata ben presto un’identità gastronomica grazie alla grande passione messa in campo da ognuno, perché nessuno conosceva il mestiere: eravamo tutti autodidatti. La via maestra fu la filosofia Slow Food fin dagli albori di Arcigola: genuinità, materie prime di qualità, utilizzo prodotti pre-sidi Slow Food, del mercato equo e solidale, rapporto diretto con molti pro-duttori. Un menù della tradizione culinaria veneto-veneziana e un menù della ricerca dove i cuochi più giovani liberavano la loro creatività, una fornitissima carta dei vini come vanto della cultura enologica del nostro Paese. Una culla, se pur commerciale, di amicizie e convivialità. La Ragnatela ha dimostrato di avere anche le “Mani in Pasta” nel Sociale: è stata una fucina di integrazione multietnica, di incontri, di iniziative contro la tratta degli esseri umani e per promuovere i diritti dei migranti sino a quelle tese a contrastare i pregiudizi verso Sinti e Rom, a sostenere i referendum sull’acqua bene comune, per giungere agli incontri pubblici organizzati a salvaguardia della dignità del lavoro, alla difesa del paesaggio e del territorio del Miranese e della Riviera del Brenta. Punto di riferimento e di aggregazione di associazioni come Emergency, Libera, Equo e Solidale, Il Manifesto, il movimento per la Pace. Identità sociale e politica tanto da poter parlare di “Archeologia Politica” come ci definì nel 2004 il settimanale Stern. Oltre a tutto questo La Ragnatela ha anche svolto un ruolo fondamentale di educazione alimentare nelle scuole del territorio. A cominciare dalle iniziative gastronomiche con gli altri ristoratori del territorio per promuovere produzioni locali e piatti della tradizione, per continuare con la partecipazione costante e la collaborazione a tutte le manifestazioni organizzate da Slow Food nazionale e regionale. Purtroppo ora tutto è finito. Di questi tempi sembra scontato, ma il primo elemento scatenante è proprio la crisi che ha, tra l’altro, investito tutto il settore della ristorazione. Alla Ragnatela però si sono commessi anche alcuni errori di gestione, come l’aver acquisito un altro locale con costi aggiuntivi di affitto d’azienda, manodopera, costi di gestione senza peraltro avere i benefici di una nuova clientela, ma racimolando solo clienti della Ragnatela che già scarseggiavano. Un processo di dissanguamento delle risorse che ha comportato “come soluzione” nel luglio 2013 la riduzione del 50% del prezzo dei piatti in menù. Un’operazione fuori da ogni logica commerciale: significa che ogni cliente in più diventa fonte di indebitamento. Errori di incapacità per le logiche del commercio. Incapacità di avere una visione della crisi con la giustificazione di salvaguardare l’occupazione, quando peraltro il fatturato dimostrava che non era più possibile. Fino ad arrivare a un consistente indebitamento tale da dichiarare la chiusura dell’attività. Pure la Cooperativa era nata con l’idea di perseguire gli scopi del mondo cooperativistico: soddi-sfare i bisogni comuni di beni e di lavoro dei soci lavoratori attraverso l’assunzione degli stessi della veste imprenditoriale, cercando di ottenere mi-gliori condizioni anche remunerative dell’attività lavorativa. Valorizzazione dell’individuo, responsabilità, solidarietà e democraticità come condizione da poter esprimere nel “voto per testa”. Si era scelta una diversa organizzazione del lavoro dove la distribuzione dell’orario permetteva una flessibilità funzionale all’avere una “vita” di rapporti famigliari e sociali, non molto frequente nel settore della ristorazione. I “ritmi di lavoro” furono rinominati “tempi di lavoro propri di ciascun individuo”. Si cercò, per quanto possibile, di dare ad ognuno la collocazione lavorativa più adeguata, come peraltro furono anche creati i presupposti per la crescita professionale di ognuno dei soci-lavoratori. Molti dei soci che nel 1984 hanno aperto la Ragnatela provenivano dalla fabbrica, anzi lasciavano la fabbrica (in quei tempi esistevano le condizioni per poterlo fare). Un malcontento generale verso l’organizzazione del lavoro dove eri un numero, rappresentavi un fatturato, un numero di pezzi da fare, un ritmo di lavoro indipendente dalle tue capacità. Erano i tempi che a capo di molte fabbriche, soprattutto di medie e piccole dimensioni, c’era il “padrone” quello che si era “fatto da solo” quello che “qui comando io” e così la contrapposizione con chi lavorava era più marcata. Le lotte sindacali tra il ’69 e il ’74 avevano dato un notevole impulso per il cambiamento, le rivendicazioni economiche avevano allargato il terreno dello scontro anche a tematiche sociali e di democrazia, forti anche del coinvolgimento del movimento studentesco. Ci dettero qualche contentino economico, dovevamo essere il motore del consumismo, la Fiat doveva vendere le auto che produceva, e la “sbornia” finì. La “stagione” si concluse e si mise la parola “fine” con la marcia dei 40.000 Fiat a Torino dell’80 con un’ulteriore delusione nei confronti del sindacato. In questo quadro di riferimento aprire una cooperativa, lavorare senza capi, senza padroni, contare sulle proprie forze aveva qualcosa di idilliaco, sembrava di essere uccellini fuoriusciti dalla gabbia in volo libero. Cosa abbiamo messo in campo?: voglia di imparare un lavoro che molti di noi non conoscevano, ampia disponibilità di orario di lavoro, sacrificio, tanta spregiudicatezza, orgoglio, scarsa retribuzione. Il mondo è cambiato, il muro di Berlino è crollato, la globalizzazione, la finanza: noi siamo cambiati. E’ diminuita la tensione politica, non c’è lavoro, si sono abbassate le tutele di chi lavora. Oggi nelle aziende non c’è più il padrone ma il CdA, il presidente del CdA, l’amministratore delegato che in alcuni casi danno del “tu” ai propri collaboratori (ex-operai). Questo sistema economico e finanziario, nella fattispecie il commercio, non permette una organizzazione lavorativa che se da una parte migliora la qualità del lavoro e di chi lo esercita, dall’altra non è in grado di sostenere costi maggiori della manodopera. Oggi per molti giovani il lavoro significa reddito, rigidità dell’orario, ferie e va bene; per noi ha signi-ficato anche soddisfazione del lavoro, condizioni di vita migliori, il porsi degli obiettivi, migliorarsi. I giovani oggi sono in estrema difficoltà e non dovranno aspettarsi niente da governo e banche, dovranno contare sulle proprie forze, rallentare i tempi di stazionamento davanti ai cellulari e cominciare a parlare, dialogare, fare insieme. Attivare una cultura dell’aggregazione, del sacrificio, dell’impegno attivo dei cittadini. Accettare le sfide di questo “mercato” siano esse nell’agricoltura, nell’ambiente, nella cultura. Con la chiusura della Ra-gnatela non celebriamo un funerale, ma un addio a una straordinaria e-sperienza collettiva. Non dimenticheremo “Il Manifesto” sul tavolo di in-gresso, come le fotografie dell’ultimo ospedale aperto da Emergency in Sierra Leone, o di quella libreria dove campeggiano libri di cucina, libri di poesia e di letteratura o di tutte le pubblicazioni di Slow Food. Quel vociare di gente al bar che se la prende con l’ultimo provvedimento del governo o sui grandi cor-rotti del Mose. Ricorderemo tutti i grandi che hanno soggiornato in cucina sorvegliando dall’alto, tra i vapori e i profumi delle padelle, il corso della sto-ria: Marx, Lenin, Mao, Che Guevara, Berlinguer, Mandela, Gorba-ciov. Ricorderemo quei nastri sparati a 120 decibel di Steve Winwood con la sua formazione blues rock, I Traffic, Bob Dylan, ma anche i classici Beethoven, Rossini, Dvorak, Mozart.Ricorderemo la clientela tutta, anche quella che diceva “siamo stati benissimo, grande cena, peccato che siete comunisti”.

Ringraziamo Galdino Zara e il Blog IL COQUINARIO per la concessione dell’articolo

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