Dona per una buona casa….di Slow Food

14 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 172

L’immobile in Via Mendicità Istruita, 14 a Bra, la sede storica di Slow Food in Italia, è in vendita!

L’IPOTESI DI ACQUISTO
Con la proposta di vendita da parte del proprietario è seguito un interesse all’acquisto da parte di Slow Food Italia che intende utilizzare per le attività associative la porzione attualmente occupata.

L’ipotesi prevede un investimento di circa 500.000 euro.

I soci possono contribuire tramite una libera elargizione che può essere può essere versata direttamente sul conto di Slow Food Italia:
CAUSALE:
Raccolta fondi per una buona Casa
COORDINATE IBAN:
IT32 0033 5901 6001 00000146 583

o per comodità tramite la nostra Condotta o durante le manifestazioni che organizziamo o tramite il fiduciario. Tutto quanto raccolto entro il 31 dicembre sarà versato integralmente sul conto di Slow Food Italia.

Dare alla chiocciola il proprio guscio permette di dare un segnale forte rispetto alla consistenza della nostra organizzazione. La casa di Bra sarà la casa di tutta la nostra organizzazione: ecco il valore politico di questa iniziativa di raccolta fondi.

Porta la tua Condotta Slow Food nella storia, grazie per il tuo sostegno.

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SUA MAESTA’ IL MAIALE

11 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 193

Nel W.E. di fine gennaio a Noventa Padovana presso la Barchessa del Parco Fornace, Veneto a Tavola con la collaborazione del Comune di Noventa Padovana e della nostra Condotta organizza la manifestazione “Sua Maestà il Maiale” una rassegna gastronomica dedicata al maiale.

Vi invitiamo tutti a partecipare

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi saremo presenti con un banchetto promozionale e il nostro chef “chiocciolato” Galdino ci delizierà con le sue preparazioni.

Venerdì 27 vi consiglio la cena al Sogno per prenotare telefonata a 0415770471

Ecco il MENU’ cenamaiale

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SLOW FOOD VENETO HA RICEVUTO IL PREMIO “COLTIVIAMO IL FUTURO”

6 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 147

 

Alla C/A di
Slow Food Veneto
Bra, 16 dicembre 2016
Oggetto: conferimento del Premio “Coltiviamo il Futuro” per il supporto al progetto “10.000
Orti in Africa” di Slow Food
Caro Mauro,
Il progetto degli Orti in Africa di Slow Food ha fatto tanta strada grazie al contributo di
migliaia di sostenitori che, come voi, hanno creduto nella possibilità di un cambiamento
basato sulle comunità locali e sul riscatto dei prodotti e dei saperi tradizionali.
In Africa, gli orti Slow Food mettono al centro la dignità delle persone e il rispetto per la
biodiversità locale, e permettono alle comunità di diventare motore di questo cambiamento.
Con grande piacere, dunque, vi invio il nostro riconoscimento per aver dimostrato un forte
spirito di solidarietà verso l’Africa attraverso il sostegno al progetto degli orti. In questo
continente, dove le ingiustizie del sistema alimentare mondiale sono sempre più evidenti, gli
orti di Slow Food rappresentano tanti piccoli semi per futuro più giusto e sostenibile.
Ne approfitto per inviarvi alcuni materiali relativi a una grande campagna internazionale
lanciata in questi mesi per sostenere i progetti di Slow Food a difesa della biodiversità (tutte
le informazioni sul sito dona.slowfood.it).
Slow Food, come sapete, rappresenta una rete di milioni di persone e lavora in oltre 160 paesi
per salvare la biodiversità e cambiare un’agricoltura che danneggia l’ambiente e compromette
la nostra salute.
Continuate a camminare al nostro fianco, aiutateci a diffondere il più possibile questa
campagna.
Con i migliori Auguri di Buone Feste
Cordiali Saluti
Carlo Petrini

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VINO CHE FARE?

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 111

Il vino, oggi, non può sfuggire al quesito fondamentale che si pone a tutto il pianeta: che fare? L’uso indiscriminato delle risorse, il loro esaurimento sottotraccia e neanche tanto, tenuto nascosto dai governi e dalle istituzioni internazionali, salvo enunciazioni di circostanza, non può non preoccupare in maniera sensibile i cuori che non si piegano al cinismo. La battaglia, da molti anni, che vede associazioni provenienti da ogni angolo del vivibile, fra le quali Slow Food, la conosciamo ed è decisivo sostenerla con grande energia. Riguardo alla nostra piccola lezione, dobbiamo dire che intensa e costruttiva è la confusione sotto il cielo. Si tratta, naturalmente, di una piacevole contraddizione che cercheremo di spiegare. Dagli anni ottanta in poi del secolo breve di hobsbawniana memoria, il nettare bacchico ne ha fatta di strada. Messa a riposo, senza tanti rimpianti, la “vecchia” tradizione, contadina o nobile che fosse, fra i cinquanta e i settanta, attrezzati della miglior e stupefacente tecnologia, fino agli incredibili effetti speciali, abbiamo riprogettato il vino. Acciaio in primis, mirabili armature per lanciarsi alle crociate. Finalmente vini non più spuri, ovvero perfetti, inappuntabili; ma, ahinoi, per dirla con Cocciante, “belli senz’anima”. Fortunatamente, lungo il viaggio per la terrasanta, ecco la fologorazione sulla via…: la barrique! Onnipresente totem imprescindibile, da cui l’orripilante aggettivo barricato. A seguire vini cioccolatosi, potenti, superconcentrati, “monstre”. Terribilmente uguali: dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Da qui, qualcuno, invece di certezze, ha cominciato a “coltivare” dubbi. Il vino nasce dalla terra, da un’agricoltura sana, rispettosa, volta alla qualità. L’acciaio e la barrique sono solo strumenti, che servono, in realtà, a produrre vini in molti casi assai buoni. E’ l’uomo che deve decidere, seguire il proprio cammino ed esprimere le straordinarie diversità dell’essere. In questi anni, diciamo dal duemila in poi, si sono sviluppati con slancio i concetti di biologico, biodinamico e naturale. La natura difesa con la natura e la scienza al suo servizio. La grande sfida è sempre quella di vivere il proprio tempo consapevoli delle origini e determinati nel futuro. CHECCHETTO Roberto

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A PROPOSITO DI EXPO

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 111

Siamo prossimi: il 1° maggio parte l’Expo che ha per tema il Cibo, “come nutrire il pianeta energia per la vita”. Una grande kermesse internazionale dove dovrebbero essere trattate tutte le tematiche inerenti al cibo, ma soprattutto dare risposte a chi il cibo non ce l’ha. La decisione che assegnò l’Expo a Milano è del 31 marzo 2008, l’assegnatario il Bie Comitato internazionale per le esposizioni. Da questa data cominciano subito i litigi tutti interni alla politica (destra), spartizione delle poltrone, incarichi per gli appalti da cui sono derivate abbondanti corruzioni, consulenze a peso d’oro. Soldi dei contribuenti buttati e lavori rallentati. Nel 2009Carlo Petrini, presidente internazione di Slow Food, si fece ispiratore del progettoOrto Botanico Planetario; l’idea era quella di un Expo verde e sostenibile e non di mega strutture d’acciaio e cemento. Il progetto, ideato da cinque famosi architetti tra cui l’ex-assessore Stefano Boeri, doveva essere un viale trasformato in una “tavola planetaria” che i Paesi del mondo avrebbero imbandito con i prodotti e le colture del pianeta. Un parco agroalimentare, un grande orto che doveva restare a disposizione dei milanesi anche dopo la chiusura dell’esposizione. Il progetto venne definitivamente abbandonato nel 2011, a tale proposito il segretario del BieVicente Loscertales disse “non possiamo pensare che 150 mila visitatori vengano ogni giorno a Milano per vedere come si coltivano le melanzane del Togo” e aggiunse “per vivere serve più di un orto, non vuol dire che dobbiamo essere tutti vegetariani”: grand’uomo questo Loscertales. Chi avrebbe pagato il biglietto? Come si poteva non cementificare, visto che è l’esercizio più in voga in questo Paese, e la corruzione? Nel novembre 2013 si comincia a discutere del Protocollo di Milano nel 5° forum internazionale promosso dalla Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (il 6° forum si è tenuto nel dicembre 2014) con l’obiettivo di sensibilizzare il Governo e le istituzioni sull’urgenza di agire nei confronti delle sfide per rendere il sistema agroalimentare globale realmente sostenibile: abbattimento del 50% entro il 2020 dell’impressionante cifra di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato nel mondo, attuazione di riforme agrarie e lotta alla speculazione finanziaria, lotta alla fame e all’obesità attraverso la promozione di stili di vita sani. A tale proposito nell’ottobre 2014 al Salone del Gusto e Terra Madre di Torino Jamie Oliver, lo chef e attivista alimentare è intervenuto con Carlo Petrini a sostegno del protocollo. “Il protocollo di Milano unisce le persone, le imprese e i governi in un fronte unico, cosicché insieme possiamo sfidare lo status quo, richiedere pratiche più etiche e sostenibili nell’industria alimentare e assicurare un futuro migliore per i nostri bambini. Unendoci in una voce globale con un obiettivo comune, possiamo garantire un cambiamento positivo e duraturo”. Altresì Petrini afferma “il Protocollo di Milano è una straordinaria opportunità di sintonizzare su un sentire comune tante attenzioni, tante opportunità di cambiamento e soprattutto accompagnare fin dall’inizio il processo di costruzione del Protocollo: chi lo firma e lo sostiene si impegna formalmente; elementi chiari che consentano politiche produttive e di governo altrettanto chiare, traducibili in azioni e che siano, a distanza di tempo, verificabili” Il 7 febbraio 2015 a Milano Expo delle Idee, una giornata di confronto per riempire di contenuti la “Carta di Milano” un documento programmatico e impegno collettivo a favore di un’alimentazione equa e sostenibile. Esperti divisi in 42 tavoli tematici con l’obiettivo di dare un’anima all’Esposizione Internazionale. Ad oggi i lavori proseguono con la supervisione del presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, sono stati venduti 8 milioni di biglietti, si avvicina il giorno dell’apertura. Rimangono alcune perplessità: esiste il pericolo che Expo sia solamente un’occasione per promuovere il cibo come merce, la sensazione che a Milano ci saranno tanti visitatori dove metteremo in mostra il nostro made in Italy, ma ci sarà anche tanto cemento messo in bellavista dalle grandi multinazionali del cibo e tante, tante abbuffate (sono previsti 120 punti di ristorazione) insomma un grande luna park con un evanescente futuro dopo la chiusura della Kermesse. Ma sono soprattutto le tematiche da affrontare e condividere quelle che destano preoccupazione. Ai governi presenti all’Expo bisognerà chiedere di rendere conto dello stato dei terreni agricoli del Mondo, bisognerà chiedere come in presenza di una sovrabbondanza di produzione di cibo ci siano ancora 868 milioni di persone che soffrono la fame. Bisognerà dare risposte economiche e finanziarie a quei Paesi che in molte situazioni sono già stati derubati delle loro materie prime e oggi non hanno i mezzi per comprare sementi e cibo. Bisognerà chiedere conto ai governanti del Mondo sull’escalation continua della produzione e vendita di armi in un mondo sempre più in guerra e nello stesso tempo non trovare i soldi per mettere fine alla fame. Agli organizzatori di Expo chiedere perché non ci sono a Milano i pescatori, i contadini, i formaggiari e trasformatori, perché non è rappresentata l’agricoltura famigliare che rimane la più grande economia di soddisfacimento dei bisogni primari degli esseri viventi. Comunque a Milano ci andremo, ci dobbiamo andare, sarà un’occasione unica per il nostro Paese attorno ad una tematica che ci coinvolge quotidianamente. Sarà sicuramente un’esperienza straordinaria, un luna park dove ognuno di noi troverà la sua o le sue giostre: potrete scegliere di visitare il padiglione della Monsanto per capire come e a quali condizioni intende sfamare il pianeta, oppure il padiglione di Slow Food con il tema della biodiversità nell’ambito della filiera lattiero-casearia nella logica del buono, pulito e giusto. Presenza, partecipazione e soprattutto coerenza con uno scenario del mondo dove si inseriscono nuove regole nella suddivisione della torta: che ognuno abbia la sua fetta e sia in grado di poterla comperare.Arrivederci a Milano!
<a href=”https://ilcoquinario.wordpress.com/category/galdino-dice/” title=”a proposito di expo” target=”_blank”>Articolo tratto dal Blog IL COQUINARIO</a>

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Natale, lo spirito giusto? Evitare spreco

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 98

Carlo Petrini Slow Food Parlare dell’accoppiata cibo e Natale è un po’ come sfondare una porta aperta. Come per tutte le principali feste religiose, nell’ambito di ogni tipo di culto, e per molte altre tradizioni che scandiscono il nostro annuario, il legame con ciò che ci nutre è inscindibile e determinante. Il rito prevede quasi sempre cibo, oppure divieti in tal senso. È quasi banale ricordare il ramadan, tutte le feste ebraiche, ma anche come nelle religioni orientali il rapporto con l’alimentazione sia qualcosa che riveste anche una funzione profondamente spirituale, si pensi per esempio alla tipica dieta coreana, una sorta di ying e yang quotidiano tradotto nel piatto. Si prova a nutrire l’anima, oltre che il corpo. Inoltre si pratica una forma di rispetto verso se stessi e la propria comunità, tanto più nel momento in cui i riti sono condivisi.
Se guardiamo al Natale è però evidente come la celebrazione sia collettivamente sfociata in una scialba parodia consumistica di ciò che la festa religiosa rappresenta in origine. Segno dei tempi. Spesso diventa una scusa per una bella abbuffata, con conseguente spreco di denaro, salute e cibo che inevitabilmente finisce nella spazzatura. Essendo agnostico convinto, non posso farmi portavoce di un richiamo ai valori che per un cristiano il Natale comporta, ma certo un po’ più di attenzione a non sprecare, a farsi del bene, alla ricerca assieme agli altri di un poco di felicità, secondo le proprie inclinazioni, attitudini e retroterra culturale, ci vorrebbe davvero. Si potrebbe, da non credente, tradurre il tutto a un richiamo per una maggiore sobrietà, ma nel senso che abbiamo precisato con Enzo Bianchi durante le Repubblica delle Idee a Reggio Emilia: «Sobrietà non come rinuncia, ma distanza dall’eccesso».
Questa distanza dal vortice natalizio, fatto troppo frequentemente più di quantità che non di qualità, potrebbe intanto indurci a riflettere, a pensare per esempio a come le ricette che cuciniamo a Natale, esattamente come le preparazioni previste da tutti gli altri precetti religiosi dei vari culti o anche da altri tipi di riti a tavola (penso al thanksgiving statunitense e al suo simbolico tacchino) siano qualcosa che in varie forme le nostre famiglie hanno fatto proprie e adattato. Sono un pezzo della nostra identità singola e collettiva, personale e comunitaria, e non ci rendiamo conto abbastanza di quanto dicano di noi stessi. Svilendole, sviliamo noi e i nostri rapporti umani.
In una conferenza durante il Salone internazionale del Gusto e Terra Madre, la scrittrice Claudia Roden ha ricordato come lei, assieme a tutti i rifugiati in Inghilterra dopo la Crisi del Canale di Suez nel 1956, sentisse primariamente l’esigenza di raccogliere ricette, e di raccontarle agli altri. Era tutto uno scambiarsi d’istruzioni in cucina: la mia famiglia fa così, io faccio cosà… C’erano l’urgenza e la paura di essere dimenticati, che tutto ciò che si praticava a tavola, nel convivio con i propri cari e nel contesto della propria cultura, potesse sparire per sempre una volta immersi in un’altra nazione, sradicati dalla propria casa.
Mentre prepariamo il pranzo o la cena di Natale, mentre siamo a tavola con le nostre famiglie, pensiamo al valore immenso di cosa mettiamo nei piatti, a ciò che rappresenta in termini di relazioni e di appartenenza a una cultura. Custodiamolo dal diluvio consumistico che ci assale in quei giorni, raccontiamocelo mentre lo pratichiamo, anche se ci può sembrare ormai scontato. Perché alla fine è ciò che ci accomuna, nelle differenze, a tutte le altre culture del mondo; è ciò che ci rende umani, cioè esseri in grado di essere felici. È un peccato non provarci con il cibo delle feste.

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GIORNATA NAZIONALE ORTI SLOW FOOD

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 90

Ecco i due mandala creati, durante la manifestazione della Giornata Nazionale degli orti Slow Food, dalle classi II B e IV A della Scuola Primaria Leonardo da Vinci di Pianiga. Il nome mandala viene dal sanscrito maṇḍala (मण्डल), letteralmente: «essenza» (maṇḍa) + «possedere» o «contenere» (la); tradotto anche come «cerchio-circonferenza» o «ciclo», entrambi i significati derivanti dal termine tibetano dkyil khor) è un termine simbolico associato alla cultura Veda ed in particolar modo alla raccolta di inni o libri chiamata Rig Veda. La parola è utilizzata, anche, per indicare un diagramma circolare costituito, di base, dall’associazione di diverse figure geometriche, le più usate delle quali sono il punto, il triangolo, il cerchio ed il quadrato. Il disegno riveste un significato spirituale e rituale sia nel Buddhismo che nell’Hinduismo. (da WIKIPEDIA) La giornata nazionalle degli orti slow food, quest´anno è dedicata alle sementi.
Le scuole che hanno aderito, la primaria di Pianiga e la primaria di Caltana, sono state interessate a una lezione sui semi del nostro esperto Rodolfo. I ragazzi molto attenti, hanno interagito con l’esperto con domande e considerazioni veramente acute e interessanti, sotto lo sguardo attento delle loro docenti.
Magnifica giornata terminata con una cena all’Osteria da Paeto con esperti, docenti, soci e la presenza, veramente inattesa, di due responsabili degli orti del Madagascar (intervenuti al Salone del Gusto di Torino) che hanno raccontato le loro esperienze e i loro problemi. Alcune foto della serata le trovate nella sezione FOTO di questo sito. Presto inseriremo anche alcune foto fatte nelle clasi
La giornata è stata dedicata a Davide Ghirardi il dirigente Slow Food, inventore dela giornata degli orti, che è recentemente scomparso.
A lui saranno intitolati due orti in africa, tutti gli anni, con le offerte che saranno raccolte dalle condotte in Italia.
Aspettiamo con ansia i nuovi mandala dalla scuola di Caltana e il terzo della scuola di Pianiga. Un grazie molto sentito da parte del Comitato di Condotta lo dobbiamo a: Rodolfo che ha saputo con chiarezza raccontare ai ragazzi il mondo dei semi, alle docenti delle due scuole per il tempo che ci hanno dedicato e l’amore con cui seguono l’orto didattico della scuola, i due Dirigenti Scolastici pe la loro sensibilità e disponibilità, ma più che ogni altro ai quasi 200 bambini che hanno ascoltato e interagito con pazienza e buona volontà.

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SLOW FOOD E COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 118

Al Salone del Gusto e Terra Madre 2014 é intervenuto Altromercato la maggiore organizzazione del Commercio Equo e solidale in Italia, con uno spazio espositivo e un evento dedicato al Solidale Italiano, che rappresenta l‘applicazione dei principi del fair trade alle realtá dei Produttori del nostro Paese.
Come Roberto Burdese (presidente onorario Slow Food Italia), di recente ha testimoniato: “sono molti i punti in comune fra la campagna di Altromercato e la filosofia di Slow Food, a partire dai concetti di economia giusta e agricoltura sostenibile“, non dimentichiamo i tre aggettivi, motto del movimento, buono, pulito e giusto che sono in pratica le peculiarità che un consumatore o meglio un, co-produttore deve ricercare nella scelta di un cibo di qualità. Conferma anche Alessandro Franceschini, presidente AGICES, (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e solidale): “Sil Commercio Equo e Solidale fornisce a tutti un‘alternativa concreta e percorribile per costruire l‘economia che riparte dai valori fondanti di rispetto della terra e del lavoro di tutti per coltivare il senso piú profondo del lavoro e dello scambio“.
A questo proposito ho approfittato della manifestazione che si è tenuta domenica 9 novembre a Scorzé in occasione dei 10 anni dall’apertura della Karibu Bottega del Mondo, gestita da volontari, nella quale si trovano i prodotti del commercio equo e solidale, per intervistare i componenti del gruppo responsabili dell’attivitá (Galdino, Lucia, Alessio e tanti altri). L’idea é partita nell’estate del 2003 da un gruppo di giovani volontari che vendevano con una bancarella i prodotti del Commercio Equo (caffe, the, biscotti, marmellata e poco piu’) davanti alla chiesa, é stata, cosí, colta l’occasione, coinvolgendo amici, parenti e simpatizzanti, di avviare un’attivitá con il Commercio Equo, che decisamente rappresentava una ventata di aria nuova per Scorzé.
Sono stati presi contatti con la cooperativa di Mirano (http://www.banderaflorida.it/), a cui sono seguiti diversi incontri per un’utile formazione sul Mercato Equo.
Il 6 Novembre é stata inaugurata la Bottega col nome Karibu che in lingua Swahili, Kenia, vuol dire “Benvenuto” Da quel momento “Karibu” é diventato il nome della bottega e successivamente del gruppo. Ispirandosi a quel nome tra gli altri orizzonti é stata compresa l’Africa.
Una volta all’anno dei volontari raggiungono le missioni, con le quali rimangono costantemente in contatto, in Kenya per ritrovare gli amici e verificare lo stato dei progetti di solidarietá avviati. Dopo qualche anno d’attivitá e confronti si é sentito l’esigenza di dare corpo formale al gruppo e il 19 giugno 2008 é stata costituita l’associazione di promozione sociale Karibu ONLUS. (karibuscorze.blogspot.com) Auspichiamo di creare una sinergia tra la Condotta Riviera del Brenta (www.condottarivieradelbrenta.it) e la Karibu, che ci permetta di riscoprire attraverso il cibo un rapporto di comunicazione e socializzazione tra persone e gruppi accomunati dalle stesse finalitá e nello stesso territorio.

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DOPO 30 ANNI DI ATTIVITA’

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 95

Dopo 30 anni di attività, la trattoria Cooperativa La Ragnatela di Mira-no (VE) chiude i battenti. Un pezzo di storia se ne va. Cominciata nel 1984 quando un gruppo di giovani compagni, provenienti da varie situazioni lavo-rative, decidono di fondare questa società. Fu scelta come forma societaria la cooperativa e fu chiamata “Ragnatela” per solidarietà con l’omonima associa-zione di donne che si battevano a Comiso contro l’installazione dei missili Cruise. Diventata ben presto un’identità gastronomica grazie alla grande passione messa in campo da ognuno, perché nessuno conosceva il mestiere: eravamo tutti autodidatti. La via maestra fu la filosofia Slow Food fin dagli albori di Arcigola: genuinità, materie prime di qualità, utilizzo prodotti pre-sidi Slow Food, del mercato equo e solidale, rapporto diretto con molti pro-duttori. Un menù della tradizione culinaria veneto-veneziana e un menù della ricerca dove i cuochi più giovani liberavano la loro creatività, una fornitissima carta dei vini come vanto della cultura enologica del nostro Paese. Una culla, se pur commerciale, di amicizie e convivialità. La Ragnatela ha dimostrato di avere anche le “Mani in Pasta” nel Sociale: è stata una fucina di integrazione multietnica, di incontri, di iniziative contro la tratta degli esseri umani e per promuovere i diritti dei migranti sino a quelle tese a contrastare i pregiudizi verso Sinti e Rom, a sostenere i referendum sull’acqua bene comune, per giungere agli incontri pubblici organizzati a salvaguardia della dignità del lavoro, alla difesa del paesaggio e del territorio del Miranese e della Riviera del Brenta. Punto di riferimento e di aggregazione di associazioni come Emergency, Libera, Equo e Solidale, Il Manifesto, il movimento per la Pace. Identità sociale e politica tanto da poter parlare di “Archeologia Politica” come ci definì nel 2004 il settimanale Stern. Oltre a tutto questo La Ragnatela ha anche svolto un ruolo fondamentale di educazione alimentare nelle scuole del territorio. A cominciare dalle iniziative gastronomiche con gli altri ristoratori del territorio per promuovere produzioni locali e piatti della tradizione, per continuare con la partecipazione costante e la collaborazione a tutte le manifestazioni organizzate da Slow Food nazionale e regionale. Purtroppo ora tutto è finito. Di questi tempi sembra scontato, ma il primo elemento scatenante è proprio la crisi che ha, tra l’altro, investito tutto il settore della ristorazione. Alla Ragnatela però si sono commessi anche alcuni errori di gestione, come l’aver acquisito un altro locale con costi aggiuntivi di affitto d’azienda, manodopera, costi di gestione senza peraltro avere i benefici di una nuova clientela, ma racimolando solo clienti della Ragnatela che già scarseggiavano. Un processo di dissanguamento delle risorse che ha comportato “come soluzione” nel luglio 2013 la riduzione del 50% del prezzo dei piatti in menù. Un’operazione fuori da ogni logica commerciale: significa che ogni cliente in più diventa fonte di indebitamento. Errori di incapacità per le logiche del commercio. Incapacità di avere una visione della crisi con la giustificazione di salvaguardare l’occupazione, quando peraltro il fatturato dimostrava che non era più possibile. Fino ad arrivare a un consistente indebitamento tale da dichiarare la chiusura dell’attività. Pure la Cooperativa era nata con l’idea di perseguire gli scopi del mondo cooperativistico: soddi-sfare i bisogni comuni di beni e di lavoro dei soci lavoratori attraverso l’assunzione degli stessi della veste imprenditoriale, cercando di ottenere mi-gliori condizioni anche remunerative dell’attività lavorativa. Valorizzazione dell’individuo, responsabilità, solidarietà e democraticità come condizione da poter esprimere nel “voto per testa”. Si era scelta una diversa organizzazione del lavoro dove la distribuzione dell’orario permetteva una flessibilità funzionale all’avere una “vita” di rapporti famigliari e sociali, non molto frequente nel settore della ristorazione. I “ritmi di lavoro” furono rinominati “tempi di lavoro propri di ciascun individuo”. Si cercò, per quanto possibile, di dare ad ognuno la collocazione lavorativa più adeguata, come peraltro furono anche creati i presupposti per la crescita professionale di ognuno dei soci-lavoratori. Molti dei soci che nel 1984 hanno aperto la Ragnatela provenivano dalla fabbrica, anzi lasciavano la fabbrica (in quei tempi esistevano le condizioni per poterlo fare). Un malcontento generale verso l’organizzazione del lavoro dove eri un numero, rappresentavi un fatturato, un numero di pezzi da fare, un ritmo di lavoro indipendente dalle tue capacità. Erano i tempi che a capo di molte fabbriche, soprattutto di medie e piccole dimensioni, c’era il “padrone” quello che si era “fatto da solo” quello che “qui comando io” e così la contrapposizione con chi lavorava era più marcata. Le lotte sindacali tra il ’69 e il ’74 avevano dato un notevole impulso per il cambiamento, le rivendicazioni economiche avevano allargato il terreno dello scontro anche a tematiche sociali e di democrazia, forti anche del coinvolgimento del movimento studentesco. Ci dettero qualche contentino economico, dovevamo essere il motore del consumismo, la Fiat doveva vendere le auto che produceva, e la “sbornia” finì. La “stagione” si concluse e si mise la parola “fine” con la marcia dei 40.000 Fiat a Torino dell’80 con un’ulteriore delusione nei confronti del sindacato. In questo quadro di riferimento aprire una cooperativa, lavorare senza capi, senza padroni, contare sulle proprie forze aveva qualcosa di idilliaco, sembrava di essere uccellini fuoriusciti dalla gabbia in volo libero. Cosa abbiamo messo in campo?: voglia di imparare un lavoro che molti di noi non conoscevano, ampia disponibilità di orario di lavoro, sacrificio, tanta spregiudicatezza, orgoglio, scarsa retribuzione. Il mondo è cambiato, il muro di Berlino è crollato, la globalizzazione, la finanza: noi siamo cambiati. E’ diminuita la tensione politica, non c’è lavoro, si sono abbassate le tutele di chi lavora. Oggi nelle aziende non c’è più il padrone ma il CdA, il presidente del CdA, l’amministratore delegato che in alcuni casi danno del “tu” ai propri collaboratori (ex-operai). Questo sistema economico e finanziario, nella fattispecie il commercio, non permette una organizzazione lavorativa che se da una parte migliora la qualità del lavoro e di chi lo esercita, dall’altra non è in grado di sostenere costi maggiori della manodopera. Oggi per molti giovani il lavoro significa reddito, rigidità dell’orario, ferie e va bene; per noi ha signi-ficato anche soddisfazione del lavoro, condizioni di vita migliori, il porsi degli obiettivi, migliorarsi. I giovani oggi sono in estrema difficoltà e non dovranno aspettarsi niente da governo e banche, dovranno contare sulle proprie forze, rallentare i tempi di stazionamento davanti ai cellulari e cominciare a parlare, dialogare, fare insieme. Attivare una cultura dell’aggregazione, del sacrificio, dell’impegno attivo dei cittadini. Accettare le sfide di questo “mercato” siano esse nell’agricoltura, nell’ambiente, nella cultura. Con la chiusura della Ra-gnatela non celebriamo un funerale, ma un addio a una straordinaria e-sperienza collettiva. Non dimenticheremo “Il Manifesto” sul tavolo di in-gresso, come le fotografie dell’ultimo ospedale aperto da Emergency in Sierra Leone, o di quella libreria dove campeggiano libri di cucina, libri di poesia e di letteratura o di tutte le pubblicazioni di Slow Food. Quel vociare di gente al bar che se la prende con l’ultimo provvedimento del governo o sui grandi cor-rotti del Mose. Ricorderemo tutti i grandi che hanno soggiornato in cucina sorvegliando dall’alto, tra i vapori e i profumi delle padelle, il corso della sto-ria: Marx, Lenin, Mao, Che Guevara, Berlinguer, Mandela, Gorba-ciov. Ricorderemo quei nastri sparati a 120 decibel di Steve Winwood con la sua formazione blues rock, I Traffic, Bob Dylan, ma anche i classici Beethoven, Rossini, Dvorak, Mozart.Ricorderemo la clientela tutta, anche quella che diceva “siamo stati benissimo, grande cena, peccato che siete comunisti”.

Ringraziamo Galdino Zara e il Blog IL COQUINARIO per la concessione dell’articolo

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CHEESE A BRA

5 gennaio 2017 Senza categoria Comments (0) 94

Dal 18 al 21 settembre 2015 a Bra si terrà CHEESE 2015.
Oltre 3000 metri quadri del Mercato dei Formaggi, i Presidi Slow Food in via Marconi e in via Principe di Piemonte,
Sotto il porticato di via Garibaldi, Gran Sala dei formaggi e del vino, il meglio dell’Europa casearia tra le etichette della Banca del Vino ,
Piazza della Pizza , con spazio didattico in cui grandi e piccini possono mettere le mani in pasta e Laboratori di Pizza nei cui spazi noti pizzaioli si racconteranno e racconteranno le loro ricette.
Piazza della birra con molti micro birrifici che esporranno le loro birre artigianali,
Le cucine di strada in piazza XX Settembre e nel cortile delle scuole maschili
Queste sono alcune delle manifestazioni che troverete andando a CHEESE 2015.
Trovate altre informazioni al seguente link <a href=”http://cheese.slowfood.com/it/” target=”_blank”>CHEESE2015</a> .
“L’Italia conta 7.300.000 capi, molti ma non moltissimi rispetto ai 35.000.000 dell’Inghilterra o ai quasi 12 della Spagna. Il 50 per cento di questi esemplari si trova in Sardegna. E si scopre che anche da noi la riduzione è netta: in Sardegna, ad esempio, rispetto a dieci anni or sono si sono persi un milione di capi. E in tutta Europa si registra un arretramento. Una delle cause è rappresentata certamente dalla cosiddetta “lingua blu”, una virosi che colpisce in particolare i ruminanti di piccola taglia e che ha comportato molti abbattimenti. Ma non può essere solo la malattia a ridurre in modo così drastico il gregge nazionale. E non possono essere neppure i tanto temuti e colpevolizzati lupi, del tutto assenti in Sardegna.
E allora quell’inquietudine vaga ed emotiva deve tradursi in un ragionamento. E il ragionamento ci porta ad alcune possibili cause del fenomeno, che alla fin fine riconducono alla impossibilità di un reddito adeguato per gli allevatori e i pastori. La lana, se non è di razze particolarmente pregiate, non la vuole più nessuno, è considerata un rifiuto speciale, e dunque un costo per lo smaltimento. Il latte ovino, per quelli che ancora mungono pecore (e sono sempre meno) è ceduto alla stalla a un prezzo medio inferiore all’euro: pensate un attimo al tempo che occorre per mungere 100, 200 pecore raccogliendo meno di un litro di latte a capo e alla fatica, e vi renderete conto che un euro, anzi meno di un euro al litro, è vergognosamente basso. E comunque va detto – ed è la terza ragione delle difficoltà del comparto – che i consumi di pecorini stagionati sono in costante calo. Le giovani generazioni non amano quei sentori forti, un poco piccanti e l’odore animale che sempre si sprigiona da un cacio pecorino stagionato. E l’unico modo per garantire un buon prezzo del latte alla stalla sarebbe appunto quello di produrre formaggi affinati e non formaggi freschi che vanno a posizionarsi su di un mercato dominato dall’industria casearia. Certo, qualche nicchia resiste, i nostri Presidi reggono ancora, ma le grandi produzioni delle cooperative sarde ad esempio, sono in difficoltà grave. I giovani mangiano formaggi dolci, tendenzialmente insapori, morbidi e grassi.”
Parte dell’articolo è tratto dal sito di Slow Food Cheese 2015

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