Prodotti Tipici fra Pro e Contro

13 settembre 2018 Senza categoria Comments (0) 96

Di seguito un articolo sull’Agroalimentare veneto del Prof Danilo Gasparini docente di storia dell’agricoltura e storia dell’alimentazione all’Università di Padova

L’articolo è tratto dalla rivista L’AZIONE del 12 Agosto 2018 pagina 3. L’autore dell’articolo si firma con FC:

Prodotti tipici tra pro e contro

I dati di qualsiasi statistica vanno letti e interpretati. Per quelli sull’agroali­mentare veneto l’abbiamo fatto con Danilo Gasparini, docente di storia dell’agricoltura e storia dell’alimentazione all’Università di Padova e in altri percorsi formativi universitari e membro di importanti enti che operano nel campo della storia della cultura gastronomica. “I dati dicono che funzionano bene l’industria ( dove spesso di tipico c’è poco), la commercializzazione la ri­storazione – spiega Gasparini -. Nel settore industriale è quasi 1/4 è dovuto ai vini. Una fetta consistente di valore se la becca l’intermediazione commercia­le (35%) mentre la ristorazione il 23% (ma, in questo settore, tante aziende nascono e tante muoiono). Il settore agricolo – tolti i vini, in particolare “l’oro bianco” Prosecco, il formaggio Asiago e il radicchio di Treviso – in realtà è uno dei punti deboli. In Veneto abbiamo 91 prodotti alimentari di qualità certificati e per la grande maggioranza si tratta di produzioni minime”.

Gasparini sottolinea che “con l’agroalimentare vendiamo dei brand straor­dinari: Venezia, le città d’arte, la storia…. Bisogna però stare attenti perché i meccanismi sono molto delicati ed è bene evitare di brindare per i successi temporanei. Viviamo problemi analoghi ai nostri competitor, la Lombardia e l’Emilia, con cui ci confrontiamo”.

Torniamo ai prodotti tipici. Fatte alcune eccezioni, la situazione non è così rosea “il fenomeno dei prodotti tipici nasce agli anni 70 e 80 come fattore identitario. La costruzione di un prodotto tipico generalmente e politico-culturale e talora ci si inventa molte cose intorno a un prodotto. Il disciplinare-poi- è un meccanismo a più facce. Uno dei suoi difetti e di limitare la biodiversità perché tutti producono quel prodotto in quel modo preciso il resto scomparirà. Poi interrogarsi su quelle produzioni che vanno ben oltre la capa­cità produttive delle aree vocate. Infine va detto che il consumatore fa fatica a capire i reali processi di produzione”. Certo “un po’ di più consapevolezza rispetto al passato c’è. Resta il fatto è che quando vado a far la spesa al supermercato, nel carrello di prodotti tipici né ne finiscono ben pochi. Nel carrello c’è tutto il mondo, ma poco Veneto. Posso prender ottima pasta fatta in Veneto ma con grano proveniente da chissà dove. Anche se è bene sempre ricordare che non è necessariamente il tipico e km zero sono buoni e di valore. L’Anno del cibo, che ormai ha superato il giro di boa, cosa dovrebbe generare nell’agroalimentare veneto? “Abbiamo tre criticità: redditi, ambiente e paesaggio. I contadini, esclusi i prosecchisti, vengono pagati molto poco. Se le inventano tutte per sopravvivere, dai mercati della terra agli agriturismi. E’ giusto che un contadino che produce latte abbia un reddito adeguato e non il poco che prende oggi. Mi auguro che la ristorazione acceda all’agroalimentare andando direttamente dal contadino e saltando l’intermediazione. Paesaggio e ambiente: evitiamo di arrivare alla monocultura del prosecco ponendoci dei limiti. A mio avviso siamo dentro una “bolla delle bollicine” che prima o poi “sbolla”. Recentemente anche il governatore Zaia ha detto di non piantare più glera. Non possiamo trasformare il Veneto in un vigneto perché quando si impianta una monocultura prima o poi diventerà una commodity (termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile ndr) il prezzo non lo faranno più i produttori. Poi le mono­culture estese hanno problemi ambientali: se prende il raffreddore una pianta, lo prendono anche tutte le altre. Il problema sarà l’insorgenza di nuove patologie perché siamo in mano ai virus e batteri. Il glera è un vitigno generosissimo ma anche delicato. Attenzione poi al paesaggio: in Veneto c’è una situazione a macchia di leopardo. Abbiamo angoli stupendi e angoli di paesaggio agrario consumato. Altro nodo grosso è l’ingresso dei giovani in agricoltura: senza alle spalle un’azienda con un capitale, si fa tanta fatica partire”.

Intervista al prof Danilo Gasparini su L’AZIONE 12 agosto 2018

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